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NUOVO CODICE DEONTOLOGICO FORENSE: L'ART. 50 VIOLA IL DIRITTO DI DIFESA NELLA PARTE IN CUI IMPONE DI RINUNCIARE AL MANDATO?

Rieti, 15 aprile 2014. Gli artt. 3, 35 e 65 della Legge 247/12 prevedevano l'emanazione del nuovo codice deontologico forense, in conformità con le disposizioni della nuova legge professionale forense, entro un anno dalla sua entrata in vigore.

Il 31 gennaio scorso, in limine al termine concesso, il Consiglio Nazionale Forense ha approvato il nuovo codice deontologico, che entrerà in vigore decorsi 60 giorni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ancora non avvenuta.

Il punto che ha subito le maggiori modifiche è l'art. 14 del Codice Deontologico, ora art. 50 del Nuovo Codice Deontologico.

Il primo comma della vecchia norma è stato trasfuso nel nuovo sesto comma con modifiche di dettaglio.

Allo stesso modo il vecchio terzo comma è stato trasfuso nel nuovo settimo comma anch'esso con modifiche di dettaglio.

Il secondo comma invece è stato oggetto di una radicale trasformazione tanto da occupare ora addirittura ben quattro commi della nuova norma, i primi quattro.

In sostanza la vecchia disposizione deontologica prevedeva: “L'avvocato non può introdurre intenzionalmente nel processo prove false. In particolare, il difensore non può assumere a verbale né introdurre dichiarazioni di persone informate sui fatti che sappia essere false”.

Non risulta che nessuno mai abbia posto critiche di sorta a tale disposizione.

E' evidente a tutti infatti che l'avvocato non debba, in alcun modo, “introdurre intenzionalmente nel processo prove false”.

Ciò viola i più elementari principi di lealtà e correttezza, per tacer d'altro.

Questa regola si trova ora nel primo comma dell'art. 50.

Il secondo comma introduce la prima, parziale, novità.

L'avvocato infatti, non solo non può introdurre nel processo prove che sappia essere false ma anche: “non deve utilizzare nel procedimento prove o elementi di prova, dichiarazioni o documenti provenienti dalla parte assistita che sappia o apprenda essere falsi”.

Tale norma quindi introduce un ulteriore divieto: quello di non utilizzare prove che si sappia essere false.

La norma appare scritta in modo impreciso giacché avrebbe almeno dovuto specificare cosa si intende per divieto di utilizzare prove false.

E' evidente infatti che il divieto di utilizzazione può essere imposto solo in relazione a prove che sono già state introdotte nel processo poiché laddove esse ancora non lo fossero scatterebbe il divieto di introdurle di cui al primo comma.

Ci si chiede pertanto, in tale fattispecie, quale debba essere il comportamento imposto dalla norma deontologica:

  • ci si deve limitare a non più nominare la prova nel corso del procedimento ovvero;
  • si deve avere un comportamento attivo, nel senso di indicare espressamente che non si intende utilizzare detta prova, alla prima occasione processuale successiva?

Il quesito non è di poco conto data l'entità della sanzione: la sospensione da uno a tre anni.

Ma la questione che più di tutte suscita perplessità è l'introduzione di un terzo obbligo disciplinare, indicato dal terzo comma dell'art. 50, ovvero l'obbligo di rinunciare al mandato.

Tale obbligo è sanzionato in modo severissimo ovvero con la sospensione dall'esercizio dell'attività professionale da uno a tre anni!

Orbene, posto che l'avvocato certamente non deve introdurre prove false e, ove ne venga a conoscenza, non deve utilizzare prove false, per quale motivo dovrebbe rinunciare al mandato?

L'obbligo di rinunciare al mandato non è previsto, né imposto, da alcuna norma di legge e tanto meno dalla Legge 247/12 e dunque la novità deontologica non trova fondamento su alcuna fonte normativa.

E' compatibile con l'art. 24 della Costituzione?

E' compatibile con l'art. 3 della Legge 247/12 (sulle cui basi deve essere redatto il codice deontologico) nella parte in cui afferma: “tenendo conto del rilievo sociale della difesa”?

Al di là di ogni apprezzabile considerazione etica si deve sempre rammentare che il primo ed ineludibile dovere dell'avvocato, su cui si fonda la sua professionale, è l'obbligo di difendere il proprio assistito.

Ogni altra esigenza deontologica deve cedere il passo di fronte al dovere di difesa.

L'innocente è titolare del diritto di essere difeso.

Il colpevole è anch'esso titolare del diritto di essere difeso.

La persona corretta, anche processualmente, deve essere difesa.

La persona scorretta, anche processualmente, è anch'essa titolare del diritto di essere difesa.

L'avvocato infatti non può far mancare la sua opera in forza di considerazioni sulla persona difesa.

Un tale modo di pensare porterebbe a ritenere indegni del diritto di difesa intere categorie sociali.

Se la persona che introduce prove false non deve essere difesa potremmo allora dire che vi sono altre categorie di indegni.

E' chiaro che l'avvocato non può fare alcuna distinzione né il suo personale dovere di correttezza e probità può essere spinto a sanzionare i comportamenti del proprio assistito.

Si deve riflettere allora se imporre un obbligo di rinunciare al mandato contrasti o meno con il fondamentale obbligo di difendere un cliente, anche se colpevole e scorretto.

Non è in contrasto con i principi costituzionali consentire la difesa solo di coloro che si comportano correttamente?

E' possibile costituire una linea di demarcazione tra diritto di difesa ed assenza di tale diritto che sia compatibile con il generalizzato diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione?

Gli effetti pratici della norma deontologica citata rischiano di indebolire il diritto di difesa, rendendo il difensore soggetto a gravi conseguenze di fronte ad una controparte che, anche a ragione (e tanto più se a torto) agitasse lo spettro della falsità della prova che, automaticamente, in caso di mancata rinuncia al mandato, esporrebbe al rischio della dura sanzione disciplinare sopra indicata.

Immaginiamo un processo penale ove l'accusa, parte pubblica certamente autorevole, accusasse di falsa testimonianza un testimone ovvero eccepisse la falsità di una prova:

  • Ove l'avvocato, nella vigenza dell'art. 50, 3° comma, Codice deontologico, rinunziasse al mandato finirebbe, implicitamente ma automaticamente, per ammettere la falsità della prova, mettendo in grave difficoltà proprio colui che doveva difendere e ciò è compatibile con il dovere di difendere il proprio assistito, che è poi il principale obbligo dell'avvocato ed il principale diritto dell'assistito, tutelato dalla Carta Costituzionale?
  • Ove l'avvocato non rinunciasse al mandato rischierebbe la gravissima sanzione disciplinare della sospensione da uno a tre anni ove poi la prova si rivelasse falsa,

Chi più rischierebbe la propria professione per difendere il cliente, sapendo di rischiare così tanto, anche a fronte di prove dubbie?

Di fronte ad una controparte, pubblica o privata, che usasse l'arma della (presunta) falsità di una prova quale avvocato non preferirebbe rinunciare al mandato piuttosto che rischiare una così lunga sospensione dalla professione?

Ciò a fronte di una controparte che invece nulla rischierebbe.

Tutto quanto sopra è conforme al principale dovere dell'avvocato e principale diritto dell'assistito: il diritto (per il cliente) – dovere (per l'avvocato) di difesa?

In ragione di ciò solo la rinuncia al mandato renderebbe certo l'esonero da responsabilità e quindi la scelta preferita sarebbe proprio questa.

E' evidente che l'unico modo per mettersi al sicuro sarebbe quello di rinunciare al mandato, ponendo in essere una sorta di giurisprudenza difensiva, simile alla medicina difensiva posta in essere dagli operatori sanitari.

Tale norma dunque finirebbe per produrre effetti compatibili con il dovere di difesa?

Da ultimo va osservato che, letteralmente, anche il nuovo difensore che venisse nominato dovrebbe a sua volta rinunciare al mandato giacché il terzo comma dell'art. 50 del Nuovo Codice Deontologico Forense, impone a qualunque difensore di rinunciare al mandato alla sola notizia che le prove utilizzate dal proprio assistito sono false (o potrebbero esserlo).

La parte quindi rimarrebbe priva di ogni difesa?

In tale frangente anche il difensore d'ufficio dovrebbe rinunciare al mandato ma certamente egli non può farlo a norma del codice di procedura penale e della stessa legge professionale.

avv. Carlo Tozzi, Foro di Rieti

 


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